1) Il vacuo
Et elli vagava pel crocicchio,
pella piccola croce gemmata che ‘l centro
della città in tronconi, in numero di due,
saraccava.
Di piedi, ben pochi ne misurava;
e due soli ne possedeva,
pei quali vagava pel crocicchio;
e pe’ altri lochi ancora, di cui ora tacerò,
e, reputo, giammai vi narrerò.
Chiodate frecciuncole piantate sul monte cavo del volto,
e pozzi, battuti dal rimbatto senza rimbalzo di giuoco,
celavano lo speculo che d’altri molti è detto “occhi”.
E crini di cavallo sopra i pozzi, e sopra i crini
postati da artiere attaccato da pasmo, un deserto di porri e buchi
e umori e suchi, non veduti dall’uomo
e mal veduti da la rufa.
Ei “fronte” appellano al deserto.
Om dunque era.
Et elli vagava pel crocicchio.
Listava co’ suoi calzari brevi tratte della cruciata terra,
et, come abitato da malefizio, ovvero, come malidetto dai versi del Maligno,
ovvero, come fosse malfusso del fosso che tutti prende,
elli non i suoi globi informi alzava dal suo peregrinaggio.
Gentili d’ogne sorta guatavano ai suoi malgraditi panni
et diceano: “ Invero, costui da malfranzese è colto,
ovvero da isterismi, ovvero da ortotono del capo!
Il folle principio dal suo chiodato volto oscura la via!”
E oltre proseguivano, pei loro affari.
Ed ecco, per fini di detorsione, giugneva lo guardiano.
Alto molti piedi, e due soli, anch’egli come il listante, ne possedeva.
E di foglia vestito e di corteccia di bosso calzato,
guatò al simile suo che del crocicchio
suo volontario carcere avea creato.
Et elli disse poi, dopo breve dittato in mente sua:
“O, divastato nell’azione e nel pensiero! O, che tu fai?
Non hai di che svolgere arte, non hai femmina cui tornare al calar de’ astro?
O, che tu fai? Alla mia dettazione or poni sguardo, che più non tornerò sulle mie voci:
abbandona detto incrocio di due vie e vattene lungo i fossi,
che tu nescia la mia bronzea detorsione, ch’ai consimili tuoi sempre vo applicando.
Che non compiano ambarvali con le tue membra l’armi mie numerose:
ch’io ciò clava et barbuta, et sciabola et falcione. “
Et colui che vagava, dal basso dei suoi pochi piedi,
non si movette e disse: ”Io dal mi’ crocicchio spostarmi non osa;
che s’io così facesse tutta la sfera che ci regge in brani e brandelli
il suo corpaccione cederebbe al vacuo. E io si non auguro al monno.
E se tu voi detorcere la mia continua via, e tu fallo: ch’io morrò nell’istante,
ma voi cadrete nel mi ‘vacuo!
E mai più in grazia di nostro Onnipotente Domino troverete i vostri animi
impestati di putredine, ma in grazia del vacuo,
dove abita sol il Dimonio e tutti suoi suo’ alfieri e vassalli”
E intanto che così pronunziava, grande folla andava radunandosi lì circa.
E gridavano:
‘L bastaio: ”O, che bassura!”
E ‘l cordaro: “O, sciagurato, alla bastonatura!”
E ‘l cantambanco: “O, tu che parli, morte tua perdita nostra giammai sarà!”
E ‘l canovaro:” O tu, t’annego ne’ mie vinacce!”
E la puttana: “ O, tu, no’ diventeremo capitoni e tu, testa mozzata!”
E ‘l notaro: “ Che ‘l corbascio sfregi la testa delle tue coglionerie, disprezzoso!”
E la lama de’ guardiano: ”M’abbatto sul tuo capo vano, e termino la disputanza”
E s’abbattè, come anzi promise, tra ‘l capo de’ recluso nel crocicchio.
Che se ne morì quasi.
E anzi la morte quelli disse: “Io preconizzai, e voi uno scudo non mi deste,
ma un rebbio in la faccia. E cadete!”
E se ne morì, ora.
E ‘l bastaio, e ‘l cordaro, e’l cantambanco, e ‘l canovaro,
e la puttana, e ‘l notaro, e ‘l guardiano e la sua lama
caddero nel su ‘vacuo.
e stettero a basciare l’Demonio, e i suo’ alfieri e vassalli.
E d’altro regno il morto per lama se ne rise co’ angeli e santi.